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mercoledì 14 ottobre 2015

SNAFU 2.0: Ministri ­- Cultura Generale

Il soldatino Frankee ci avere questa recensione sul nuovo dei Ministri. Noi ci scusiamo per il ritardo, ma con sta storia della Russia non si capisce a chi dobbiamo sparare e siamo un pò per aria.




Storia vera di qualche tempo fa. Apro Facebook il giorno del lancio del nuovo singolo dei Ministri “Balla quello che c’è” e mi cade l’occhio sul commento di una ragazza che fa più o meno così: “Leggo sul cellulare che è uscito il vostro nuovo singolo, esco dalla classe e corro in bagno per ascoltarlo tutto d’un fiato, la sigaretta in bocca e una lacrima che mi solca il visto. Grazie per questi attimi che mi regalate in un periodo di maturità ansiogena”.

Potrebbe essere l’inizio di un film di Muccino, e invece è tutto vero.

Ed è lì (senza offesa per la ragazza in questione, io a 18 anni scrivevo di molto peggio) che ho cominciato seriamente a preoccuparmi per l’imminente uscita di Cultura Generale.
I Ministri sono nati come gruppo da battaglia sullo sfondo di centri sociali milanesi, sono cresciuti e “diventati famosi” sgrezzando il proprio sound e disimpegnando i testi in maniera forse un po’ paracula, ma pur sempre efficace e incisiva.
Ora il trio più giaccoso d’Italia rischia di diventare una band ad usufrutto esclusivo di ragazzine maturande e ometti col risvoltino alle caviglie? Sarà forse questo il prezzo da pagare per il successo?
Scherzi a parte, fare i conti con uno stuolo di fan sempre più variegato e eterogeneo - che fa storicamente storcere il naso ai vecchi irriducibili - è l’ovvia conseguenza per ogni band che cominci a farsi un nome a livello nazionale, e a questo step i Ministri ci sono arrivati meritatamente dopo un decennio di tour massacranti, ettolitri di sudore e gran bei dischi.
Questa nuova evoluzione però mi perplime, mi duole ammetterlo. Il problema di “Cultura generale”, al di là delle battute sui commenti di Facebook, delle svolte musicali, delle componenti ideologiche e del fatto che a 32 anni può capitare di non comporre più con l’incazzatura di quando ne avevi 24-25, è semplice: è un album poco incisivo, piatto e, diciamolo pure, insipido.
Ok, in cima alle mia preferenze c’è e ci sarà sempre “I soldi sono finiti“, ma non sono uno di quelli che vive sui ricordi malinconici del primo album. E infatti ho amato anche “Fuori” per il suo essere pop, patinato, smussato e forse lontano da quello che i Ministri sarebbero voluti diventare da grandi (da cui la rottura con la Universal, come candidamente ammesso da Dragona). Ho amato “Per un passato migliore“, che da un lato segnava il ritorno a sonorità più dure per essendo un disco per tanti versi più “fighetto” del suo predecessore.
Ma questo di questo ultimo lavoro fatico davvero a trovare la scintilla: perché non c’è una canzone che ti venga davvero voglia di riascoltare, perché “Le porte“ sembra un pezzo dei Dear Jack con un assolo alla Ligabue, perché “Io sono fatto di neve” (no, la cocaina non c’entra) è un mezzo plagio di “La notte” di Arisa (e non è un bel segno), perché certe supercazzole dei testi di Dragona a un certo punto sfiniscono pure me.
Ma sopratutto perché se in un album che alterna pezzi pestati vecchio stile a ballate pop-rock alla Avril Lavigne, sono le seconde a risultare alla fin fine più piacevoli, non stiamo evidentemente andando nella direzione giusta.
Peggio che fare un album brutto c’è solo farne uno né carne né pesce. Ecco, qui ci andiamo abbastanza vicini.
Rimandati a settembre, in attesa che i prossimi ascolti mi facciano (forse) cambiare idea.

sabato 30 marzo 2013

SNAFU 2.0: Ministri - Per un passato migliore


I rischi ed i pericoli del 2.0 sono proprio questi, ovvero una recensione dei Ministri......ma alla fine il bello è proprio questo. Chissà mai che qualche figa inizi a leggerci!
Grazie al Frankee autore della recensione!


“Amiamo i nostri vestiti, nessuno potrà mai levarceli. Un giorno ci siamo giurati che sarebbero stati gli unici”. [Ministri, I soldi sono finiti]

Ok è vero, in questi anni i Ministri i vestiti li hanno cambiati (un paio di volte ad essere precisi), ma per fortuna il senso più profondo della loro attitudine rock è rimasto sempre lo stesso de I soldi sono finiti, passando attraverso il pessimismo cupo e opprimente di Tempi bui e l’apertura pop più melodica e riflessiva del successivo Fuori, e ripresentandosi oggi in un’accezione forse ancora più pura di quando non fosse sette anni or sono.
In molti hanno detto e scritto che Per un passato migliore è per i Ministri una specie di nuovo primo disco, un punto-e-a-capo da cui ripartire, un po’ perché sono andati a riprendere i suoni dell’album d’esordio, rivistati e riproposti con la maturità e l’affiatamento derivato da un’esperienza ormai decennale, un po’ perché, come peraltro sottolineato dallo stesso Federico Dragogna, la scelta di abbandonare la Universal e di autoprodursi ha permesso alla band di avere pieni poteri su ogni aspetto riguardante la creazione della loro ultima fatica.
Ora, senza volersi impegolare in complicati svisceramenti esegetici e particolari masturbazioni mentali, proverò a dare una valutazione terra-terra e sintetica dell’ultima uscita targata Ministri: semplicemente, Per un passato migliore è un album della madonna, di quelli che ti prendono al primo ascolto e non ti mollano più. Incazzato, compatto, maturo, da ascoltare dalla prima all’ultima nota in religioso silenzio o zompando da un punto all’altro della vostra stanza, fate vobis. Niente pause, niente filler, ma cinquantacinque monolitici minuti di rock duvo (alla Formigoni), dalla clamorosa opener Mammut a quella piccola gemma finale che è Una palude.
Bellissimi i testi, come sempre (se potessi pagherei Dragogna per scrivere la mia tesi di laurea) e curatissimi i suoni, a riprova del fatto che la lezione di Fuori, per quanto avesse in qualche modo allontanato il gruppo dai volumi e dalle distorsioni a loro più abituali, è sicuramente servita.
In particolare il lavoro sulle chitarre di Dragogna, che va pescare a piene mani dalle sonorità 90s (Foo Fighters su tutti) è davvero encomiabile e supera di gran lunga per qualità e varietà quanto sentito negli album precedenti, tornando addirittura a riproporre qualche assolo che non si sentiva dai tempi de La piazza.
Al microfono il Divi è la solita sicurezza: interpreta, canta, grida a squarciagola (Mammuuuuuuut!!!!), sa stare sopra o sotto le righe a seconda delle esigenze…insomma fa un po’ quel cazzo che gli pare e lo fa sempre alla grande, tanto in studio quanto dal vivo, dimensione su cui i Ministri hanno costruito negli anni gran parte della loro fortuna a forza di prestazioni incendiarie dall’altissimo coefficiente di lividi e sudore.
A proposito di live: il tour di Per un passato migliore, partito da Roma il 15 marzo, ha già collezionato cinque sold out su altrettante date, compresa quella dell’Alcatraz nella loro amata/odiata Milano, che ha visto riunirsi almeno tremila cristiani e che ha fuso insieme l’irriducibile vecchia guardia e tutta una serie di fan più o meno occasionali giunti lì anche solo per sentire un gruppo che in questo momento tira parecchio e che quindi “bisogna andare a vedere”. Certo, questa sfumatura un po’ più cool potrà forse far storcere il naso ad alcuni dei più fan più puristi, ancora legati ai tempi in cui i Ministri vestivano giacche napoleoniche e suonavano davanti a cento persone, ma non è forse anche questo il destino delle grandi band? D’altronde, se riesci a portare a un tuo concerto gente che non conosce nemmeno il testo di una canzone vuol dire che un nome te lo stai davvero cominciando a fare. E a questo punto forse non hanno più nemmeno senso i paragoni sentite più volte negli ultimi anni con Afterhours, Verdena, Teatro degli Orrori, Timoria e chi più ne ha più ne metta.
I Ministri sono solo i Ministri, e tanto basta.